Solitudine e malattia in Cesare Pavese

Fabrizio Bandini

(Midgard Editrice 2004)


 

“Osservo che il dolore abbruttisce, intontisce, schiaccia. Ogni tentacolo con cui una volta sentivo, provavo e sfioravo il mondo, è come troncato e incancrenito al moncone. Passo la giornata come chi ha urtato uno spigolo con la rotula interna del ginocchio: tutta la giornata come quell’istante intollerabile. Il dolore è nel petto, che mi sembra sfondato e ancora avido, pulsante di sangue che fugge e non ritorna, come da un’enorme ferita. Naturalmente, è tutta una fissazione. Dio mio, ma è perché sono solo, e domani avrò una rapida felicità, e poi di nuovo i brividi, la stretta, lo squarcio. Non ho più fisicamente la forza di star solo. Una volta sola mi è riuscito, ma ora è una ricaduta e, come tutte le ricadute è mortale” (1).

 

Guardando alla sua vita, a ritroso, fino all’infanzia, ai primordi, Pavese sentenziò che tutto era già stato deciso allora e la sua sorte era già segnata (2). La malattia, la solitudine, le pulsioni distruttive, le sconfitte e le perdite di un vita, le sentì come destino. Il destino di un loser. Un destino già scritto nell’aurora del mondo, nell’ordine onnicomprensivo della Physis.

L’infanzia di Pavese, dopo la scomparsa del padre, è sicuramente segnata dalla presenza dominante della madre, donna rigida e severa (3). Il giovane Pavese, liceale al “D’Azeglio” di Torino, ci appare già come un ragazzo sensibile, timido, introverso, solitario. Il primo vero segnale di allarme ci arriva da una lettera, scritta ad Augusto Monti il 18 maggio del 1928, in cui il giovane Pavese ci rivela la sua concezione dell’arte e soprattutto mette a nudo la sua ferita, già sofferta, già sanguinante: la scissione di vita e arte. Egli scrive al suo amato professore: “Lei dice che per creare una grande opera basta vivere il più intensamente e profondamente possibile una qualunque vita reale, ché se il nostro spirito ha in sé le condizioni del capolavoro, questo verrà fuori da sé, naturalmente, sanamente, come accade di tutti i fenomeni vitali…No, secondo me, l’arte vuole un tal lungo travaglio e maceramento dello spirito, un tale incessante calvario di tentativi che per lo più falliscono, prima di giungere al capolavoro, che si potrebbe piuttosto classificarla fra le attività anti-naturali dell’uomo…Che anzi, se quest’anima non si è contorta e stravolta e dissanguata…se non si è insomma ridotta per le fatiche e l’abuso di atteggiamenti particolari ad un aspetto fuori d’ogni comune e privo di quel gretto ottimismo che porta con sé la naturale sanità, quest’anima non varrà mai a comporre un capolavoro" (4).

Con questa lettera, come nota acutamente la Guiducci, si rivela già l’’aspetto calvinistico dell’esistenza e della poetica di Pavese, il rifiuto della vita, nei suoi aspetti dionisiaci e gioiosi, e la costrizione al dover essere, al lavoro assiduo e alla forzata solitudine dell’artista. Ma in maniera ancora più terribile si rivela una fatale e autodistruttiva concezione dell’arte come sacrificio umano (5). Ad essa va sacrificato tutto per comporre il capolavoro: istinti, desideri, felicità, affetti, tenerezze, e in ultimo la vita stessa.

Con simili premesse il disastro sembra già annunciato. Ma in fondo Pavese è ancora un ventenne. E a venti anni, si sa, si scrivono e si pensano certe cose, per poi maturare, e rettificare in seguito le proprie posizioni. Ma così non sembra avvenire per lui. C’è l’incontro con Tina, l’amore, e poi, improvviso, tragico, il tradimento. Pavese cade esanime alla stazione di Torino. Gli ci vorranno mesi per riprendersi. E comunque, da quel momento in poi, la sua ferita, la sua frattura, si allargherà in maniera violenta. Egli interpreterà l’abbandono di Tina come “un verdetto definitorio sulla sua mancanza di virilità" (6). Un nuovo schiaffo, terribile, dolorosissimo.

Le sue parole ora sono cariche di misoginia. Le donne sono <<amare come la morte>>, “sentine di vizi, perfide, Dalile”, cariche di una sessualità animalesca per cui “sono pronte a commettere qualunque iniquità” per raggiungere il “piacere liberatore" (7). L’amore è vissuto come uno scontro, come una guerra feroce, dove conta “solo aver la donna in letto e in casa" (8), La sessualità e l’amore non sono altro che il campo di battaglia della vita, che nella sua essenza non è che una lotta per la vita stessa (9). Ma la sua virilità, di cui già dubitava, gli appare ora sconfitta, abbattuta. Pavese si sente impotente. E diventa impotente. Dichiara con orrore che “quell’uomo che eiacula troppo rapidamente, sarebbe meglio non fosse mai nato” e che questo è “un difetto per cui vale la pena uccidersi" (10). Non c’è niente da fare. “Questo è definitivo: tutto potrai avere dalla vita, meno che una donna ti chiami il suo uomo. E finora tutta la mia vita era fondata su questa speranza" (11). Pavese si sente già spacciato, condannato da un oscuro fato (12). La sua malattia è divenuta destino. Lo scrittore scruta dentro se stesso è comincia a vedere nella sua infanzia, nelle sue origini, il tempo in cui è sorto il suo destino. Si rimprovera di non essere cresciuto, di non essere maturato, di essere rimasto bambino, soffrendo la realtà del sesso, soffrendo la sua mutilazione (13). La sessualità diventa il perno della vita. Lo conferma tutto: anche la Genesi (14). Ed egli si sente esiliato dalla vita, dal sesso, dalla donna, dall’amore. Non vede altra via di uscita che gettarsi con ancora più dedizione, radicale, calvinista, estremista, nello scrivere, nel conoscere. Ogni voluttà e ogni passionalità deve essere recisa dal mestiere dello scrivere. Nasce così il programma di Pavese di “bandire il voluttuoso dall’arte come dalla vita" (15), come coglie felicemente la Guiducci. Ci si deve sacrificare all’arte, alla solitudine, alla malattia, con ancora più veemenza.  Questa è la soluzione che Cesare Pavese intravede. Questo è il destino che egli sente.

Così si chiude in un carcere, in un isolamento che vuole essere stoico ed eroico, tentando di serrare ogni porta alla vita. E’ il carcere di Stefano. “Ogni dolcezza, ogni contatto, ogni abbandono, andava serrato nel cuore come in un carcere e disciplinato come un vizio, e più nulla doveva apparire all’esterno, alla coscienza. Più nulla doveva dipendere dall’esterno: né le cose né gli altri dovevano potere più nulla…Non doveva più credere a nessuna speranza, ma prevenire ogni dolore accettandolo e divorandolo nell’isolamento" (16). Solo così avrebbe potuto reggere l’urto della vita. La solitudine diventa per Pavese la sola regola eroica, anelando a passare le giornate senza presupporre né implicare in nessun gesto o pensiero “la presenza di altri" (17).

Da questo disperato programma nasce anche Il Mestiere di vivere, il diario con cui lo scrittore cercherà di sottoporre e controllare la sua esistenza tramite un’ analitica, usando il feroce martello della ratio (18). L’arte, il mestiere, di nuovo usati ferocemente contro se stessi, in un lucido delirio autodistruttivo. Come sappiamo già, tale pretesa di ridurre e controllare la vita tramite la ratio e l’analitica del diario finirà in uno scacco mortale e gli esploderà tragicamente fra le mani nell’estate di quel fatale 1950. Tanto che amaramente si può constatare che il mestiere di vivere sarà proprio il segno del fallimento esistenziale di Pavese, dell’immestiere di vivere, della tragica conferma del suo inadattamento alla vita.

Il programma comunque viene portato avanti testardamente. Solo Fernanda Pivano in quegli anni lo trascina di nuovo nel gorgo della vita. Ma anche con lei fallisce. Non resta allo scrittore che tornare nel suo doloroso carcere, nella malattia, nella nevrosi. Per poi accorgersi, dopo qualche tempo di lacerante sfibramento, che la sua solitudine non è più voluta, eroica, stoica, ma oramai è imposta, subita, destinale. Così si confida alla Pivano: “In un lungo periodo, P. raggiunse una sua stoica atarassia attraverso la rinuncia assoluta ad ogni legame umano, se non quello, astratto, dello scrivere. Si sentiva come intontito e chinava il capo, e cercava di scrivere. Ma di mese in mese e di anno in anno scriveva sempre meno: la vita in lui si prosciugava. Diventava un fantasma. Pure P. teneva duro, perché sapeva che un franamento verso le creature, verso qualunque creatura, sarebbe stato soltanto una ricaduta, non una rinascita…Invece avvenne il franamento, e P. cercò di fermarsi a mezza strada, e non ci riuscì. Adesso sconta ogni istante della fittizia solitudine che si era creata. La vita si vendica con una solitudine vera. Sia come vuole la vita" (19).

Sono gli anni fatali in cui Pavese incontra la psicanalisi, l’etnologia, la storia delle religioni, l’antropologia, in cui legge assiduamente Freud, Frazer, Lévy-Bruhl, Jung, Frobenius, Kerényi, Eliade, Vico, i classici greci. È la scoperta del selvaggio, dell’inconscio, del mitico. La vita di Pavese accelera, comincia a seguire “un lavoro sempre più incalzante”, “una ricerca interiore sempre più marcata" (20). Egli si tuffa nel mondo vischioso e affascinante del mito, del pensiero arcaico, scopre “nel suo inconscio un simbolismo legato alla campagna e alla sua infanzia”, si interessa a “temi legati al mondo agreste”, alla sua “aggressività inconscia”, al “gusto erotico per le situazioni di sangue e di violenza" (21). Da quel momento in poi il mito diviene l’elemento  ispiratore centrale della sua arte (22). Pavese non studia il mito, semplicemente lo vive (23). Scende nelle profondità, scopre simboli e archetipi, vede destini operanti ovunque nella Physis, scopre  leggi, primordiali e implacabili (24). E le subisce. La Natura stessa non fa che celebrare ai suoi occhi un rito, impassibile, crudele, sanguinaria (25). O meglio: la Natura stessa, nella sua essenza, è rito. Un cadenzato nascere, vivere e morire, a cui nessun essere può sfuggire. Essa è rito, sacrificio, destino, furioso divenire, panta rei, Samsara. Come dice Anassimandro: “Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che dev’essere" (26).

Pavese seguendo questi segni svilupperà negli anni successivi una poesia  mitica, monotona, ripetitiva, ritornante, come gli atti cultuali, i riti, i misteri, i miti (27). Un’arte poetica che evochi la mitologia, che sia mitologia (28). Una poesia che accenni, come le sentenze oscure-luminose di un oracolo (29),  come le sentenze del dio di Delfi (30). L’impresa è difficilissima, titanica, solo pochissimi vi riescono. Ma Pavese vi si arrischia - sino al termine della sua vita - tuffandosi nel mondo mitico dell’infanzia, dell’inconscio, dello stato aurorale delle profondità della coscienza (31), come un cabalista alla ricerca delle scintille divine. Il rischio è di possedere il mito, portarlo a chiarezza, dandogli forma con la poesia, non viverlo più e così distruggerlo (32). Per questo la poesia deve essere mitica, come una fede, un evento unico, una rivelazione inaudita, un mistero. Ciò che Baudelaire ha nominato <<exstase>>. Il raccogliersi e l’abbandonarsi davanti all’assoluto, al gesto primordiale, all’unico (33).

Tutto questo però non lo aiuta a sanare la frattura. La Natura, con le sue leggi e i suoi riti, gli appare selvaggia, oscura, barbara, crudele, inaccettabile, ingiusta. Cosa proibita emersa dall’inconscio, superata, censurata violentemente (34). E ora ci deve fare di nuovo i conti. Inoltre la Physis gli si presenta come destino, dove tutto è già deciso, “predetto, voluto dal Dio” (35).

La frattura quindi non guarisce, anzi, tutto ciò non fa altro che confermargli sempre di più l’impossibilità di cambiare il proprio destino di loser, di disadattato alla vita, di esiliato. Il suo destino gli si impone sempre più, ormai circondato da un’aura mitica, coinvolgente come la sentenza di un oracolo. Vive la sua vita come una tragedia greca, dove tutto è già scritto, dove “ciò che deve essere sia” (36). I suoi gesti vanno lentamente verso la distruzione, l’annientamento, il sacrificio.

La sua malattia, la sua impotenza, si trasformano ben presto in masochismo. La sua rabbia misogina si converte nel desiderio di essere umiliato (37). Nella donna cerca ora la sconfitta. Egli non fa altro che inseguire donne babilonesi, alessandrine (38), donne che lo sfruttino (39), donne forti, potenti, come gli archetipi del mito. Donne con cui confermare la sua impotenza, il suo destino. Donne che ai suoi occhi appaiono Dee crudeli, orgiastiche, belve (40), a cui sacrificare la propria virilità, castrandosi, con l’impotenza, con il celibato, come un eunuco davanti ad Artemide, ad Astarte, a Cibele (41) Colpito dalla stessa malattia di Sacher Masoch, devirilizzato e sacrificato alle sue veneri in pelliccia e alle sue amazzoni sarmatiche (42).

Non sappiamo dire se faccia tutto ciò consciamente o inconsciamente, ma è quello che succede.

In quel periodo Pavese incontra Bianca Garufi e ne rimane affascinato. Probabilmente è lei la donna misteriosa del novembre del ’45. La donna con cui fallisce per la terza volta. La donna che gli appare già come Astarte-Afrodite-Mèlita. La Grande Dea, l’Archetipo Femminile, l’Afrodite <<venuta dal mare>> (43). Madre buona e terrifica, amante scatenata e kore (44). Di fronte a tanta bellezza e a tanta forza non può che essere sconfitto e il suo destino gli si rivela di nuovo amaro, dolorosissimo, assurdo. Nel diario mette in fila i fallimenti con Tina, Fernanda e Bianca. Li vede come “un riflesso del ritorno mitico”, e scrive: “Quel che è stato, sarà. Non c’è più remissione. Avevi 37 anni e tutte le condizioni favorevoli. Tu cerchi la sconfitta” (45).

Il masochismo gli si rivela come destino. Rivelazione del mito. Egli si ritrova intrappolato in un mostruoso meccanismo di coazione a ripetere per cui gli errori, la sconfitta, sono già  in principio, e non si può fare altro che continuare a sbagliare e a soffrire (46). Poiché “ciò che si fa, si farà ancora e anzi si è già fatto in un passato lontano” (47).

La mancanza del calore e dell’affetto di una donna lo lacera, gli strappa l’esistenza, lo tormenta. Ma non c’è nulla da fare. Così è scritto. Così è già stato deciso. Non gli resta che sentenziare: “Chi non ha avuto sempre una donna, non l’avrà mai”. E ancora, disperato: “Sei solo. Avere una donna che parla con te non è nulla. Conta solo la stretta dei corpi. Perché perché non ce l’hai? <<Non l’avrai mai>>. Tutto si paga” (48).

La figura di Bianca emerge potente anche dalle poesie della raccolta La terra e la morte, oramai trasfigurata nella donna, nella terra, nella morte (49). Una donna “dura e dolcissima” (50). Dea delle colline “dove si è sparso il sangue” (51). Ed emerge chiaramente anche nei Dialoghi con Leucò, dove Pavese stringe la sua analisi mitologica, creando veramente dei simboli. La donna dei Dialoghi è Artemide, “la signora delle belve”, la dea vergine, “selvaggia, intoccabile, mortale”, la dea “emersa nel mondo da una selva d’indescrivibili madri divine del mostruoso Mediterraneo” (52). È Altea, la “Madre imperiosa”, che in uno scatto d’ira uccide il figlio, riprendendosi la vita che gli aveva dato (53). Sono le donne degli Atridi, donne che “dopo un po’ inferociscono e smaniano, versano sangue e ne fanno versare”, donne che  frustano, donne “dagli occhi freddi e omicidi, occhi che non s’abbassino” (54). Gli Atridi d’altronde “hanno bisogno della vergine crudele. Di quella che passa sui monti” (55). E così Pavese. Ne è fatalmente attratto. Anela una Dea crudele e distruttiva, un archetipo dissolutivo, “una donna piena di morte” (56) come la Lulu di Wedekind , che porta alla rovina tutti i suoi amanti.

Queste dee, queste donne del mito lo incatenano e lo fanno cadere verso lo stadio psichico del matriarcato, che Pavese – affascinato dalle dottrine di Jung e dei suoi allievi – vede probabilmente come l’era aurorale dell’umanità, l’era della sua infanzia (57). Inoltre, come abbiamo già detto, questo mondo simbolico si presenta scisso, diviso, intriso di pulsioni distruttive e masochiste. Anche nei Dialoghi troviamo fortissima la frattura fra il mondo titanico, selvaggio, ctonio, istintivo, e il mondo olimpico, cosciente, dominato dal logos. L’istintuale, il vitale, il sangue, il sesso, appartengono solo al primo mondo, slegati e fratturati dal mondo conscio e olimpico (58).

Pavese, in preda a una rottura feroce, nevrotica, malsana, esclude dalla coscienza il lato istintuale dell’uomo, censura il dionisiaco, e precipita nell’inconscio una grande quantità di impulsi vitali, tanto che parti importanti della vita stessa assumono connotati orridi, proibiti, inaccettabili da una coscienza ipermorale irrigidita. Ecco perché la Natura gli appare così violenta, così selvaggia, aggressiva, e desiderosa di sacrifici umani. La cultura, la coscienza, il linguaggio, invece, si oppongono al caos violento, sessuato e sanguinario della Natura, si pongono come barriera contro l’orrore che cova nella Physis. Abbandonarsi alla Natura significherebbe solo cedere all’orrido, al selvaggio, perdere coscienza, infrangere un tabù, fare cose proibite (59).

Pavese è attratto fortemente dal dionisiaco, dalla pienezza della vita, ma non vi si lascia andare completamente, castrato da una malattia, da una debolezza e da una frattura fatale. Si chiude nel suo carcere-fortezza, razionale, olimpico, apollineo. Cerca di tenersi alto, sopra la terribile corrente della Physis, armato di ratio, nevrosi e solitudine, ma non vi riesce. Non vi può riuscire. Sa bene che la legge della Physis è implacabile, sa bene che il destino è già scritto, che non si scappa, che non si può scappare. Come Edipo davanti al suo fato. Scrive: “Il sesso, l’alcool, il sangue. I tre momenti dionisiaci della vita umana: non si sfugge, o l’uno o l’altro” (60).

La sua scoperta del mito, del selvaggio, dell’arcaico, continua. Nel ’48 scrive Il diavolo sulle colline, romanzo in cui il selvaggio erompe, la Natura straborda, come cupa forza irrazionale, i personaggi si gettano nel flusso violento del panta rei con impeto dionisiaco (61). Le sue pagine sono intrise di una visione tragica e disperata della vita, fortemente nicciana (62), potentemente mitica e arcaica, tanto da far esclamare allo scrittore: “Per la prima volta hai veramente piantato simboli” (63). Le feste del Diavolo sulle colline – come tutte le feste della Bella estate – richiamano infatti le feste arcaiche, in cui il tempo mitico irrompeva nel tempo storico e lo rigenerava (64), come fa notare Furio Jesi. E tuttavia questo tempo mitico irrompe davvero, non è parodia o soltanto senso di festività, come vorrebbe Jesi citando Kerényi (65). Il mito irrompe, l’arcaico irrompe, il dionisiaco irrompe; è Pavese che lo accetta parzialmente, lo vuole controllare con la ratio, lo censura. E non vi riesce. La festa arcaica ancora vive, la festa rituale che porta con sé i misteri del sesso e del sangue, della luna e della morte (66). La festa che non fa che ripetere la ritualità della Natura, della legge eterna del nascere, del vivere e del morire - questo è il cuore del mito, della sapienza che Pavese scopre -. La festa dove gli impulsi primordiali, i simboli, gli archetipi, si rivelano ancora all’uomo. Il mito non è morto per Pavese. Una festa può essere ancora la festa, una notte può essere ancora la notte, una donna, può essere ancora la donna. Come i monti, le colline piemontesi della sua infanzia, diventano il monte, la collina (67). E così le feste dionisiache e orgiastiche del Greppo sono sentite da Pavese come feste arcaiche. Il Greppo stesso emana il tanfo della natura, della vita, della morte, del sesso, del sangue, della putrefazione, del dionisiaco, di una libertà che al nevrotico e malato Pavese, chiuso nel suo carcere, appare demoniaca.

Pavese non accetta la legge della Natura, il nascere e il morire, la sensualità della Physis. La respinge, gli appare soltanto oscura, terrifica, sporca, contaminante, distruttiva. Poli, infatti, si consuma nella droga, in una violenta dissipazione, e in una fatale attrazione per la morte. E così le orge e l’alcool che inondano il Greppo cadono tutte sotto il segno della dissipazione e di un incosciente abbandonarsi alle forze dionisiache (68). È tutta una esplosione degli impulsi nevrotici, masochisti, autodistruttivi di Pavese. Il libro è intriso di Thanatos, di pulsioni di morte. Poli, infatti, sfinito dall’alcool e dal sesso, finisce nel sangue, portando a termine la triade dionisiaca di Pavese (69), in una parabola di dissoluzione e autodistruzione.

Con Il diavolo sulle colline Pavese ha davvero visualizzato il suo dramma interiore. Il masochismo si è assurto a destino nella sua vita. E’ una coazione terrificante, che lo fa scivolare senza speranze in un gorgo di pulsioni masochistiche e autodistruttive. Oramai sente che non può che precipitare verso la fine. Verso quel sacrificio che già la parabola di Poli preannunciava.

Scrive La luna e i falò, il suo ultimo romanzo, il ritorno ai luoghi dell’infanzia, l’epistrophé, il suo testamento. Sembra oramai non voler altro che finire il suo percorso, la sua regressione, sacrificarsi, ritornare all’inorganico, alla quiete dell’Apeiron. Sembra voler essere immolato come Santa, come una kore (70), sul falò (71) - come aveva letto anni prima nel Ramo d’oro di Frazer - ed essere solo cenere. Provare la vertigine della morte. Una volta per tutte.

Ecco dove lo ha condotto la sua tragica scissione, la sua fatale frattura, il suo rifiuto della vita per sacrificarsi all’arte, la sua non accettazione della Physis, in tutti i suoi aspetti, belli e terribili, positivi e negativi. Oramai sembra solo voler accelerare la sua fine, la fine che aspetta tutti gli esseri, la fine iscritta nel rito della Natura.  Tutto ciò che nasce deve perire. Sapienza primordiale, antichissima, arcaica.

Ma prima della sua tragica morte c’è ancora una speranza sul sentiero di Pavese, una primavera dello spirito, l’incontro con Constance Dowling. Egli vi si abbandona con un desiderio di amore, di affetto totale, disperato e bellissimo, veramente struggente. Forse pensa davvero che il suo destino non è già segnato. O meglio: non è quello che pensava che fosse. Un semplice errore di interpretazione dell’oracolo, del mito, della Natura. Constance gli appare ancora come una dolcissima ragazza, eppure terribile (72), anche lei portatrice della potenza del femminile, dell’archetipo, della Dea. Anche lei è la Terra, la Dea Primigenia. “Tu sei terra”, scrive “Sei radice feroce. Sei la terra che aspetta” (73). E ancora: “Tu sei la vita e la morte. Sei venuta di marzo…” (74). Pavese attende e spera. Poi anche lei se ne va, come la primavera. Non c’è più speranza. Cesare Pavese si avvita in una dolorosa e distruttiva depressione. Oramai sfibrato e a pezzi, si lascia scivolare verso il suicidio. Le sue parole divengono amarissime, senza speranza. Scrive infatti nel diario: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla” (75).E pochi giorni dopo: “La beatitudine del 48-49 è tutta scontata. Dietro quella soddisfazione olimpica c’era questo – l’impotenza e il rifiuto a impegnarmi. Adesso, a modo mio, sono entrato nel gorgo: contemplo la mia impotenza, me la sento nelle ossa, e mi sono impegnato nella responsabilità politica, che mi schiaccia. La mia risposta è una sola – suicidio” (76).

La sua vita, ormai segnata dalla solitudine e dalla malattia in maniera mortale, corre verso il precipizio. È un Cesare Pavese commovente fino allo strazio quello degli ultimi giorni. È il Cesare Pavese che confessa ad una ragazza: “Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo?” (77). È il Cesare Pavese che scrive: “Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo è il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò” (78). Tutto sfuma. Il vizio assurdo, la solitudine, la malattia, la morte, lo portano via, tragicamente, in una notte di agosto del cinquanta in un albergo a Torino. Il dolore era stato all’ultimo più forte, l’aveva sopraffatto. Perché è così. Perché “è semplice…quando non si resiste più, si muore. E voilà” (79). Senza sconti. Prima di morire scrisse all’amico Lajolo: “Visto che dei miei amori si parla dalle Alpi a Capo Passero, ti dirò soltanto che, come Cortez, mi sono bruciato dietro le navi. Non so se troverò il tesoro di Montezuma, ma so che nell’altipiano di Tenochtitlàn si fanno sacrifici umani. Da molti anni non pensavo più a queste cose, scrivevo. Ora non scriverò più!” (80).

La solitudine e la malattia avevano detto l’ultima parola. Il suo destino, voluto, non voluto, imposto, non imposto, si era compiuto.

In una delle sue ultime annotazioni nel Mestiere di vivere scrisse: “La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti” (81).

 


(1) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 2002, 27/3/1938, p. 98

(2) Ibid., 4/4/1941, p. 222; 31/3/1946, p. 312

(3) Cfr. A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, Mursia, Milano 1972, p. 23

(4) C. PAVESE, Lettera ad Augusto Monti, 18/5/1928, Lettere 1926-1950, Einaudi, Torino 1966, p. 45 s.

(5) A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit. p. 29

(6) Ibid., p. 34

(7) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 27/9/1937, p. 50

(8) Ibid., 28/11/1937, p. 59

(9) Ibid., 15/12/1937, p. 66

(10) Ibid., 27/9/1937, p. 50

(11) Ibid., 5/1/1938, p. 75

(12) Ibid., 25/12/1937, p. 69

(13) Ibid., 23/12/1937, p. 67

(14) Ibid., 25/12/1937, p. 68

(15) A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 34

(16) C. PAVESE, Il carcere, Einaudi, Torino 1990, p. 41 s.

(17) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 15/10/1940, p. 205

(18) Cfr. A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit. p. 35

(19) C. PAVESE, Lettera a F. Pivano, 5/11/1940, Lettere 1926-1950, ed. cit., p. 380

(20) A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 37

(21) Ibid., p. 36

(22) Cfr.: ibid., p. 39

(23) Cfr.: ibid. p. 40

(24) Cfr. a proposito C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., p. 287; 23/8/1944, p. 288; 26/8/1944, p. 289

(25) Ibid., 26/8/1944, p. 289

(26) ANASSIMANDRO, dal Commento alla Fisica di Aristotele di SIMPLICIO, G. COLLI, La sapienza greca, vol. II, Adelphi, Milano 1944, p. 155

(27) Cfr. C. PAVESE, Raccontare è monotono, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1953, p. 338

(28) Come scrive Kerényi nei Prolegomeni la mitologia è “un’arte come la poesia e partecipe essa stessa della poesia”. Vedere C.G. JUNG e K. KERENYI, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, tr. it. a cura di A. Brelich, Boringhieri, Torino 1972, p. 15

(29) Cfr. C. PAVESE,  La poetica del destino, La letteratura americana e altri saggi, ed. cit., p. 343

(30) Cfr. ERACLITO, da Sugli oracoli della Pizia di PLUTARCO, G. COLLI, La sapienza greca, vol. III, ed. cit. p. 21

(31) Cfr. C. PAVESE, Il mito, La letteratura americana e altri saggi, ed. cit., p. 348 s.

(32) Cfr. C. PAVESE, Del mito, del simbolo e d’altro, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 2000, p. 153, e ancora Il mito, La letteratura americana e altri saggi, ed. cit., p. 351

(33) Cfr. C. PAVESE, Del mito, del simbolo e d’altro, Feria d’agosto, ed. cit., p. 153 s.

(34) Cfr. C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 23/8/1944, p. 288; 26/8/1944, p. 289

(35) Ibid., 10/8/1944, p. 287

(36) Ibid., 26/9/1942, p. 245

(37) A proposito: ibid., 20/2/1938, p. 92; 11/11/1938, p. 136 s.; 15/2/1939, p. 149

(38) Cfr. A. GIUDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 24

(39) Cfr. C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 15/10/1940, p. 205

(40) C. PAVESE, La selva, La letteratura americana e altri saggi, ed. cit., p. 321

(41) Cfr. J.G. FRAZER, Il ramo d’oro, tr. it. a cura di N. Rosati Bizzotto, Newton Compton, Roma 1992, p. 397 s., e E. NEUMANN, Storia delle origini della coscienza, tr. it. a cura di L. Agresti, Astrolabio, Roma 1978, p. 66 s.  Come spiega bene Neumann la castrazione è il più delle volte simbolica, psicologica, per i sacerdoti della Dea. E così anche il celibato diventa una forma di castrazione e di sottomissione alla Dea.

(42) Sono esplicative a riguardo soprattutto due opere di L. SACHER MASOCH: Venere in pelliccia e La madre di Dio.

(43) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 27/11/1945, p. 303

(44) Sull’archetipo della Grande Madre, sugli altri archetipi femminili e sul femminile in genere sono da segnalare i testi di E. NEUMANN, Storia delle origini della coscienza, La Grande Madre e La psicologia del femminile; il lavoro di E. BERNHARD, Il complesso della Grande Madre; il saggio di R. MONEY-KYRLE, Il significato del sacrificio; e le opere di  S. FREUD, C.G. JUNG. Per gli studi mitologici, storici e antropologici sullo stesso argomento sono da citare le opere di R. GRAVES, J.G. FRAZER, J.J. BACHOFEN, J. CAMPBELL, L. FROBENIUS, M. ELIADE e K. KERENYI.

(45) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 7/12/1945, p. 304

(46) Cfr. C. SEGRE, Introduzione a C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., p. XIV s.

(47) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 4/4/1941, p. 222

(48) Ibid., 8/2/1946, p. 307 s.

(49) Cfr. A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 57

(50) C. PAVESE, La terra e la morte, Le poesie, ed. cit., p. 121

(51) Ibid., p. 125

(52) C. PAVESE, La belva, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1947, p.38

(53) C. PAVESE, La madre, Dialoghi con Leucò, ed. cit., p. 52

(54) C. PAVESE, In famiglia, Dialoghi con Leucò, ed. cit., p. 128 s.

(55) Ibid., p. 130. Ancora Artemide.

(56) Cfr. F. JESI, Cesare Pavese, il mito e la scienza del mito, Letteratura e mito, Einaudi, Torino 1968, p. 142

(57) A questo proposito è illuminante soprattutto l’opera di E. Neumann.

(58) Cfr. A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 86

(59) Ibid., p. 86

(60) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 2/7/1945, p. 301

(61) Cfr. A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 97

(62) Ibid., p. 100

(63) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 7/10/1948, p. 354

(64) Cfr. F. JESI, Cesare Pavese dal mito della festa al mito del sacrificio, Letteratura e mito, ed. cit., p. 163 s.

(65) Ibid., p. 164

(66) Cfr. ibid., p. 164

(67) Cfr. C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 9/2/1947, p. 326

(68) Cfr. A. GUIDUCCI, Invito alla lettura di Cesare Pavese, ed. cit., p. 99

(69) Cfr. C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 2/7/1945, p. 301

(70) Jesi vede acutamente a questo proposito le figure di Concia e di Santa come kore. F. JESI, Cesare Pavese, il mito e la scienza del mito, Letteratura e mito, ed. cit., p. 151

(71) Cfr. J.G. FRAZER, Il ramo d’oro, ed. cit., p. 717 s.

(72) Cfr. C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 16/3/1950, p. 392

(73) C. PAVESE, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Le poesie, ed. cit., p.135

(74) Ibid., p. 137

(75) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 25/3/1950, p. 394

(76) Ibid., 27/5/1950, p. 396

(77) C. PAVESE, Lettera a una ragazza, 8/1950, Lettere 1926-1950, ed. cit., p. 759

(78) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 17/8/1950, p. 400

(79) Ibid., 27/11/1945, p. 303

(80) C. PAVESE, Lettera a D. Lajolo, 25/8/1950, Lettere 1926-1950, ed. cit., p. 771

(81) C. PAVESE, Il mestiere di vivere, ed. cit., 16/8/1950, p. 399

 


 

Back