INTRODUZIONE
Scrivere haiku non è cosa semplice. Anzi è cosa molto difficile. L’apparente semplicità di questa forma poetica racchiude in sé una estrema difficoltà di composizione. L’estremamente semplice racchiude l’estremamente complesso. L’haiku nasce come una visione, improvvisa, brusca, illuminante. E’ qualcosa che non si costruisce, ma anzi, che appare in sé, già fatto. Nell’haiku è la natura più profonda delle cose che si rivela. La natura di un paesaggio, di un fiume, di una collina, di un animale, di un uomo, di una sensazione, di un sentimento. L’haiku è la fotografia delle cose, della loro essenza, possiamo dire. Questi haiku sono una selezione delle piccole perle che ho scritto negli ultimi otto anni. Solo pochi hanno avuto il piacere di leggerli. Ora li stampo per tutti. Per tutti coloro che vi si possono avvicinare affascinati. Per tutti coloro che possono leggerli lentamente, assaporandoli. Leggere un haiku è, infatti, un’esperienza particolarissima. Quella che all’inizio sembra una scarna e semplice poesia, neanche tanto carina, si rivelerà poi, man mano, nella lenta lettura, nella lenta visualizzazione delle immagini, una perla rara, un fiore prezioso. Questi haiku sono i figli dei sublimi haiku dei grandi maestri dell’estremo oriente. Sono haiku in verso libero, scritti senza alcuna finalità ascetica, ma non per questo meno pregnanti. Essi rivelano quello che è. L’essenza delle cose, le emozioni profonde, l’imperscrutabile scorrere di un fiume, la terribile impermanenza del tutto, la calma pace dell’Assoluto. In essi vi è un amore totale per la vita, una gioia e una commozione profonda per la bellezza, di qualunque natura essa sia. L’impermanenza delle cose, la loro fragilità, il loro scivolare verso la dissoluzione, le rendono ancora più preziose, più belle, più degne di essere cantate. La malinconia si alterna alla gioia e lo struggimento alla quiete. Questo è l’haiku. Spero che anche voi possiate abbeverarvi felicemente a questa sorgente.
Fabrizio Bandini
Perugia, 27-31 maggio 2005